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Il contributo sulle pensioni non è incostituzionale: ossigeno per la riforma dell’Inpgi

Palazzo della Consulta

Palazzo della Consulta

E ora lo dice anche la Corte Costituzionale: il contributo sulle pensioni non è né incostituzionale né un tributo mascherato. La Consulta ha respinto le varie questioni di costituzionalità sollevate rispetto al contributo di solidarietà sulle pensioni oltre i 91 mila euro stabilito dal governo Letta con la finanziaria del 2014 e con validità triennale. La Corte ha escluso la “natura tributaria” del prelievo sulle pensioni più ricche, ritenendolo un “prelievo di solidarietà interno al circuito previdenziale, giustificato in via del tutto eccezionale dalla crisi contingente e grave del sistema”. Non solo: la Corte ha anche spiegato come “tale contributo rispetti il principio di progressività”. Insomma il contributo non solo non è stato considerato una tassa, ma un modo per garantire un migliore equilibrio tra gli stessi pensionati. E questo ci riporta direttamente alla riforma per il riequilibrio dei conti dell’Inpgi che, nel luglio dello scorso anno, aveva previsto un “contributo di solidarietà da applicare a tutte le pensioni per fasce di importo e percentuali crescenti”. A rileggere oggi quella parte di riforma, la delibera sembra scritta dai giudici della Consulta. C’era già tutto: c’era la progressività del “prelievo”, che andava dallo 0,5% per gli assegni fino a 30 mila euro all’anno al 18% per le pensioni superiori ai 195.538,20 euro all’anno; c’era la temporaneità dell’imposizione: 5 anni; e c’era anche l’esplicita previsione che i risparmi, 30 milioni alla fine dei cinque anni, servissero a far fronte alla grave, gravissima crisi del sistema editoriale e dei suoi lavoratori. Contro questa parte di riforma si sono scagliati agitatori di ricchi pensionati, che volevano addirittura passare armi e bagagli all’Inps pur di vedere salvaguardate le proprie pensioni; sobillatori di egoismi, che avrebbero voluto gettare a mare i disoccupati (“che sia l’Inps – dicevano – a pagare gli ammortizzatori sociali”) per salvare i propri privilegi; professionisti dal “tanto peggio, tanto meglio” che sono addirittura arrivati a bussare alle porte del governo pur di bloccare il provvedimento che avrebbe rimesso in ordine, insieme ad altre misure, i conti dell’Istituto di previdenza. Alla fine la riforma è stata approvata dai ministeri vigilanti, Mef e Lavoro, ma la parte del contributo di solidarietà è stata stralciata, così come tutte le nuove regole per i pensionamenti. C’è qualcuno che crede di essere l’interprete delle leggi o, in un delirio di  onnipotenza, il suggeritore. Il conflitto di interessi non lo ferma. I fatti
sono diluiti in un diluvio di opinioni, alcune imbarazzanti, funzionali alla battaglia politica e alla propria elezione. Chissà se, davanti alla Suprema Corte, avrà un bagliore di buona fede.
La sentenza della Corte Costituzionale per i giornalisti italiani però ossigeno. L’Istituto potrà e dovrà ripartire anche dalla previsione di un contributo di solidarietà sulle pensioni, uno schema corretto che ripartisce su tutti, giornalisti attivi e pensionati, i costi per rimettere in equilibrio il sistema. Con buona pace di chi punta solo a difendere i privilegi di pochi egoisti dalla pancia piena.

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