Sindacati Regionali di Stampa

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Libertà di stampa, Italia sempre più giù. Lorusso: “Da noi i giornalisti rischiano ancora il carcere”

La mappa di Rsf

La mappa di Rsf

La Finlandia è il paese più libero per i giornalisti, la Corea del Nord e l’Eritrea quelli in cui si sta peggio. L’Italia, da parte sua, scivola sempre più giù nel rapporto sulla libertà di stampa presentato annualmente da Reporters sans Frontieres : lente di ingrandimento su 180 Paesi nel mondo per una valutazione che, ormai, è un sensore preciso su uno degli elementi fondamentali dei diritti civili. Quattro posti più giù: dal settantatreesimo del 2015 al settantasettesimo del 2016, e tanti motivi per arrossire nei confronti degli altri paesi dell’Unione Europea; alle spalle dell’Italia ci sono soltanto Cipro, Grecia e Bulgaria. Senza contare che anche territori come Burkina Faso, Tonga e Botswana possono vantare posizioni migliori. Cosa ci fa scendere sempre più giù? Elementi ormai strutturali che condizionano la professione giornalistica, da una normativa obsoleta alla condizione di indifesi dei giornalisti minacciati, fino ad arrivare al sistema di intimidazione che si fonda sulle querele temerarie. Raffaele Lorusso, segretario generale della Fnsi, di questa situazione non si meraviglia: «Il settantasettesimo posto nella classifica sulla libertà di stampa pubblicata da “Reporter senza frontiere” è un dato che deve far riflettere tutti anche se non ci sorprende. Del resto, in Italia vige ancora l’articolo 595 del codice penale che prevede il carcere per i giornalisti: non aiuta certo in una classifica sulla libertà di stampa. Anche se da anni si parla di intervenire, il 595 è sempre lì. In Italia – prosegue Lorusso – la stampa ha anche altri problemi, che non riguardano solo la libertà, ma un’organizzazione complessiva di tutto il sistema. Si va dall’assenza di normative antitrust ai meccanismi di nomina della governance dell’ente radiotelevisivo di Stato, che resta legato all’esecutivo in carica, al fenomeno sempre più preoccupante dei cronisti minacciati e costretti a vivere sotto scorta. C’è il tema delle querele temerarie spesso usate a scopo intimidatorio, tema che non è stato ancora affrontato. C’è un dibattito, è stato fatto un primo passo con l’emendamento approvato nell’ambito della proposta di legge di riforma del processo civile, ma non ancora un provvedimento definitivo e siamo lontani dalle linee guida auspicate dall’Europa, secondo le quali la querela intimidatoria deve portare, in caso di sconfitta del querelante, non solo al pagamento delle spese processuali ma anche a sanzioni proporzionali all’entità del risarcimento richiesto con la querela. E ci sono i ripetuti tentativi mai sopiti di mettere limiti o bavagli all’attività giornalistica. In particolare per quanto riguarda la decisione se pubblicare o no atti giudiziari. E qui occorre essere chiari: il giornalista non può essere depositario di segreti. Se arrivano in mano a un giornalista, e riguardano fatti di pubblico interesse e rilevanza sociale, le notizie o i contenuti di atti devono essere pubblicati, segreti o no. Tutto questo incide, naturalmente, quando si fanno classifiche sulla libertà di stampa. Carcere per i giornalisti compreso».

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