Sindacati Regionali di Stampa

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Lorusso a Iacopino: “Tu difendi la corporazione, il sindacato la professione”

Raffaele Lorusso, segretario generale Fnsi

Raffaele Lorusso, segretario generale Fnsi

Il sindacato ha tutto il diritto di occuparsi della riforma dell’Ordine. Sul sito dell’Fnsi, il segretario generale, Raffaele Lorusso, risponde alle affermazioni polemiche del presidente dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino, dopo l’audizione in commissione cultura della Camera. Ecco come.

“Qualcuno avverta il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti: il primo gennaio 1948 è entrata in vigore la Costituzione della Repubblica italiana. Non vorremmo che la sua reazione scomposta nascondesse la disperazione di chi rimpiange i tempi della censura e ancora non riesce a rassegnarsi all’esistenza dell’articolo 21 della Costituzione. Manifestare liberamente il proprio pensiero in questo Paese è ancora possibile, nonostante i numerosi tentativi di introdurre leggi bavaglio. Se il presidente dell’Ordine dei giornalisti pensa che il sindacato non abbia titolo per occuparsi della riforma dell’Ordine c’è da essere preoccupati per la categoria e per la professione. I casi, infatti, sono due: o il presidente dell’Ordine è un sostenitore del pensiero unico e sogna di sommistrare olio di ricino a chi non si allinea oppure considera l’Ordine cosa sua e soltanto sua. Purtroppo per lui, i giornalisti italiani, tutti, anche quelli iscritti al sindacato, sono iscritti all’Ordine, e non certo per una libera scelta, ma per un obbligo di legge. Quindi, a tutti, anche al sindacato dei giornalisti, è consentito esprimere un parere su una proposta di riforma della composizione del Consiglio nazionale dell’Ordine, soprattutto se quel parere viene richiesto da una Commissione parlamentare. Il presidente dell’Ordine è nervoso e fa bene ad esserlo. Se quella proposta di legge dovesse essere approvata, infatti, scomparirebbe un Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti che conta attualmente 156 consiglieri, destinati ad aumentare in modo proporzionale al numero degli iscritti. Pensare che nel prossimo triennio i consiglieri nazionali possano essere più di 160, in maggioranza pubblicisti (coloro, cioè, che per legge non esercitano la professione in via esclusiva) è un’assurdità che soltanto chi è in malafede non riesce a cogliere. Le riunioni di Consiglio nazionale e di commissione costano all’Ordine circa 1,5 milioni l’anno. Una riduzione del numero dei consiglieri produrrebbe un risparmio considerevole, dando la possibilità di investire di più e meglio sulla formazione. Dov’è lo scandalo? Gli organismi della categoria, non soltanto l’Ordine, sono pletorici? Il tema esiste e va affrontato a tutti i livelli, anche nel sindacato. Dove, però, l’iscrizione rappresenta un atto volontario, e non certo un obbligo di legge e la rappresentanza – è scritto negli atti costitutivi della Fnsi – è una regola di democrazia. Pertanto, mistifica la realtà chi pretende di mettere sullo stesso piano Ordine e sindacato, ossia un organo dello Stato, che deve occuparsi di governare una professione secondo regole fissate dalla legge o che comunque da esse discendono, e una libera associazione di diritto privato. È giusto e legittimo discutere di tutto. Così come è giusto chiedersi – lo fanno in molti, dentro e fuori il Consiglio dell’Ordine, dentro e fuori il sindacato – se abbia ancora senso l’Ordine dei giornalisti, considerato che il tema dell’esercizio delle professioni in Europa ha imboccato da tempo una strada completamente diversa. La colpa del sindacato è quella di aver sollevato, non certo solo in occasione dell’audizione alla Camera, il problema di un’organizzazione professionale, l’Ordine, appunto, totalmente avulsa dalla realtà del mercato del lavoro. Quasi 120mila iscritti sono un dato fuori dal mondo. Pensare che in Italia ci sia un mercato del lavoro che possa assorbirli tutti significa fare cabaret. Non si comprende, poi, come faccia l’Ordine a tollerare che più della metà degli iscritti non abbia una posizione previdenziale attiva. L’iscrizione alla previdenza, gestione principale o separata dell’Inpgi, è un obbligo di legge per tutti coloro che esercitano la professione con continuità. Se un giornalista non esercita la professione con continuità non ha titolo per essere o per restare iscritto all’Ordine (il requisito della continuità è richiesto dalla legge). Se chi esercita la professione con continuità non versa i contributi non adempie ad un obbligo di legge e, quindi, l’Ordine, che è un organo dello Stato, dovrebbe spiegare come faccia a tollerare l’evasione contributiva. Il problema è che spesso all’Ordine la legge si interpreta, talvolta con effetti esilaranti. Vogliamo parlare dell’ordine del giorno con cui si invitavano gli Ordini regionali a non applicare la norma di legge che obbliga a cancellare dagli elenchi chi non esercita la professione con continuità, che ha provocato la levata di scudi di dieci consigli regionali, a cominciare da quelli di Roma e di Milano?  Di certo, fra coloro che evadono il pagamento dei contributi, ci saranno colleghi sfruttati. Quei colleghi vanno tutelati in tutte le sedi – il sindacato lo fa su tutto il territorio nazionale – ma tutti gli altri, ossia la maggioranza degli evasori? Che cosa ci fa ancora iscritta all’Ordine? Forse perché non si vuole fare a meno delle quote di iscrizione e, soprattutto, di voti sicuri? Chi si fa carico del fatto che l’unico contatto che migliaia di persone hanno con la professione giornalistica consiste nel pagamento della quota annuale e nel voto in occasione del rinnovo triennale del Consiglio? È ancora tollerabile che il governo di una professione sia fortemente condizionato da chi non esercita la professione?  C’è poi il tema dell’equo compenso, caro al presidente dell’Ordine. Pretendere di scavalcare la contrattazione collettiva con una legge dello Stato scritta male e declinata peggio è una pia illusione. Ci sono giornalisti che percepiscono retribuzioni da fame, molto al di sotto dei minimi fissati dal contratto nazionale di lavoro. Fino a quando però ci sarà un Ordine professionale che continuerà a distribuire generosamente tesserini e a non occuparsi della tenuta dell’Albo, creando un esercito di riserva a costo quasi zero a disposizione di editori senza scrupoli, la situazione non potrà che peggiorare. Si chiama legge della domanda e dell’offerta e nessun equo compenso o contratto collettivo potrà cambiare questa realtà. Nel frattempo, però, l’Ordine potrebbe provare a sanzionare – esattamente come altri Ordini professionali – chi lavora gratis, per la gloria o per altre utilità, o chi accetta compensi inferiori ai minimi. È poi singolare, ma non sorprende affatto, che il presidente dell’Ordine si scandalizzi per l’ex fissa e per la solidarietà richiesta a tutta la categoria – attivi e pensionati – nella recente manovra di riequilibrio dei conti dell’Inpgi. È la nostalgia di un mondo che non esiste più di chi è uscito dalla professione prima dell’avvento dell’era digitale e continua a ragionare come ai tempi della linotype e del piombo. Il futuro di una categoria professionale, esattamente come quello di un Paese, sta nella solidarietà fra generazioni. Se fosse convinto del contrario, il presidente dell’Ordine potrebbe pur sempre provare a spiegare come funzionava l’ex fissa in una qualche assemblea di giornalisti precari e a verificarne la reazione. È indubbio che le condizioni del giornalismo italiano siano peggiorate esattamente come quelle di tutte le altre categorie di questo Paese. Qualcuno ha mai chiesto a un ingegnere, a un bancario, perfino a un medico ospedaliero, qual è la differenza retributiva rispetto agli ingegneri, ai bancari e ai medici di qualche generazione fa? Di fronte ad una situazione che è figlia della globalizzazione dell’economia e dello spostamento di risorse e investimenti verso aree del pianeta un tempo fuori dai mercati mondiali, ma anche dell’incapacità di molti governi di affrontare nodi strutturali e sfide epocali, si possono avere due atteggiamenti: rimpiangere il passato o provare ad avere una visione di futuro. Rimpiange il passato chi da quel passato ha ottenuto tutto, anche di più di quello che gli sarebbe spettato, e in un mondo in profonda trasformazione si arrabatta come può per difendere il proprio orticello. Chi si sforza di costruire una visione di futuro prova invece a ridurre le diseguaglianze e a costruire un sistema di diritti, tutele e garanzie sostenibili per tutti gli attori del sistema. Soltanto rafforzando l’area del lavoro dipendente è possibile dare un futuro a questa categoria, garantendo i diritti di tutti, attivi e pensionati. Per fare questa operazione bisogna puntare sulla solidarietà fra generazioni. L’operazione potrà apparire come una bestemmia a chi è vissuto in un altro mondo e ricorda con nostalgia i tempi del “boia chi molla”, ma è l’unica operazione possibile. Anche a dispetto delle mistificazioni del presidente dell’Ordine sull’Inpgi e sul suo presidente. Non si può essere paladini della legalità a giorni alterni. Dal presidente dell’Ordine ci si aspetta ancora di capire come mai, poco più di un anno fa, avesse nominato in commissione d’esame un giornalista finito sotto inchiesta insieme con Walter Lavitola per presunta truffa ai danni dell’Inpgi e dello Stato. Si metta l’anima in pace, il presidente dell’Ordine. E si tenga pure stretto il suo giocattolo. Non ci interessa la Cassa dell’Ordine per la semplice ragione che non ci interessa la corporazione. Se non lo avesse capito, a noi sta a cuore la professione con le sue regole, con i diritti, ma anche con i doveri. Quella professione dalla quale lui è uscito diversi anni fa, ma che pretende di governare e di rappresentare secondo schemi e rituali tipici del più bieco corporativismo. Per questa ragione non resteremo in silenzio. Né ci lasceremo imbavagliare da chi predica bene, aderendo a parole alle campagne contro i bavagli, ma razzola malissimo, sognando il bavaglio per chi non la pensa come lui”.

Raffaele Lorusso

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