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Il giornalismo ai tempi della crisi: intervista a Stefan Wallisch

Stefan Wallisch

Stefan Wallisch

Pubblicata su “Salto.bz” un’interessante intervista a Stefan Wallisch, giornalista dell’Ansa e segretario del sindacato giornalisti del Trentino Alto Adige, curata da Sarah Franzosini: dall’occupazione, al ruolo dell’Ordine dei giornalisti, al futuro della carta stampata. Un viaggio nel cuore dei problemi del giornalismo italiano. Su cui riflettere. Si parte con le ultime due emergenze in Trentino Alto Adige.
Wallisch, il sito goinfo.it sembra destinato a chiudere, ci sarà la cassa integrazione per l’addetto stampa del Pd, e anche a livello nazionale non è esattamente un momento glorioso per il giornalismo.
Attualmente c’è una grande crisi dell’editoria, dovuta al calo dei lettori e alla recessione economica. Le testate sono in affanno, anche le grandi come l’Ansa, come i dorsi del Corriere. Oggi il rapporto dei colleghi giornalisti che lasciano la professione è di 10 a 1, cioè su dieci che escono uno solo viene assunto.

Dunque anche l’Alto Adige, che ha resistito su più fronti ai colpi della crisi, si uniforma al resto d’Italia per quanto riguarda lo stato attuale del giornalismo?
L’onda d’urto è arrivata anche qui, ma forse non così forte come in altre regioni. In Veneto per esempio la situazione è di gran lunga peggiore, con esuberi pesantissimi nelle tv locali ma non solo. Il problema c’è anche da noi, gli editori usano criteri quasi esclusivamente economici per gestire le loro testate, e quando queste non portano utili vengono semplicemente chiuse.

Ha parlato dell’innegabile calo dei lettori, quanto futuro hanno i giornali a questo punto?
Credo che la carta stampata ci sarà anche in futuro. Ci saranno meno giornali e la tiratura sarà molto più bassa. Da alcuni mesi, per fare un esempio, il quotidiano austriaco Der Standard sta sperimentando una doppia edizione. Nel tardo pomeriggio esce in formato ridotto, con meno pagine e con, soprattutto, analisi, retroscena e commenti alla notizia, forse questa sarà la strada da seguire, perché il fatto “nudo e crudo” si apprende ormai dal web o addirittura da Facebook.

Perché è importante che anche negli uffici stampa ci siano dei professionisti?
La professione dei giornalisti richiede una preparazione. Nessuno andrebbe a farsi curare da uno che non è medico, allo stesso modo chi fa il mestiere del giornalista deve aver compiuto un percorso formativo tale che garantisca la qualità dell’informazione diffusa.

Ha ancora senso oggi avere un ordine professionale dei giornalisti?
Personalmente non sono un grande “fan” dell’ordine – che credo necessiti di una riforma profonda – anche perché sono cresciuto in Austria e lì non esiste un ordine per i giornalisti; inoltre, anche la situazione contrattuale è un po’ più seria rispetto a quella italiana.

Anche il giornalismo d’inchiesta rischia di scomparire con il lavoro freelance?
È così. Un giornalismo che possa permettersi anche delle inchieste è ormai diventato una chimera. Posso dire, in base alla mia esperienza lavorativa, che non c’è il tempo per stare due, tre giorni dietro a una notizia, anzi anche dedicare una giornata a una singola notizia è quasi impossibile, e questo certamente rende il lavoro d’inchiesta molto difficile.

Occorre anche sperimentare formule nuove di approccio alla notizia? Insomma, va fatta anche un po’ di autocritica?
Il giornalista classico deve sicuramente diventare più versatile. La distinzione infatti fra giornalista della carta stampata e giornalista “multimediale” non potrà essere più così netta, resta il fatto che la professionalità va sempre salvaguardata. Faccio un esempio: qualche tempo fa un partito politico altoatesino/sudtirolese ha scritto in un comunicato stampa che un carabiniere italiano aveva arrestato alcuni poliziotti austriaci al Brennero. Il comunicato è stato ripreso da quasi tutte le testate locali, ma poche hanno fatto le verifiche del caso, le quali hanno poi dato modo di appurare che gli eventi si erano svolti diversamente, i carabinieri non erano coinvolti e in più non c’era stato alcun arresto. Intanto però la notizia, così come era stata riportata nel comunicato stampa, si era già diffusa.

È più pericolosa la censura o l’autocensura per un giornalista?
Sono pericolose entrambe. La prima va combattuta a livello politico, la seconda a livello personale. Quella di oggi è una censura che risponde a criteri più prettamente economici, difficilmente infatti si troveranno notizie negative del maggior inserzionista di un quotidiano sul quotidiano stesso e questa, di fatto, è una forma sia di censura che di autocensura.

fonte: http://www.salto.bz

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