Sindacati Regionali di Stampa

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Zinola: “Sulla riforma Inpgi no a egoismi fuori del tempo”

Marcello Zinola - foto Fasano

Marcello Zinola – foto Fasano

di Marcello Zinola*

 

Solidarietà: un dentifricio giusto utile per avere l’alito professionalmente e sindacalmente pulito? Mi rivolgo ai colleghi pensionati e prepensionati e a quelli in attività, a quella parte ormai superiore al 60% della categoria che vive di lavoro autonomo e precariato. Scontando (anche) il lavoro di pensionati e prepensionati oltre all’assurdo dell’ordine nazionale dei giornalisti che, da un lato, annovera 50.000 fantasmi tra gli iscritti senza una posizione previdenziale aperta e, dall’altro, scende in campo sui temi previdenziali e sindacali con posizioni provocatorie fuori dal tempo. L’ Inpgi a oggi non ha coperto solo le pensioni, ma tutto il welfare (in Liguria: Secolo XIX, Repubblica, Corriere Mercantile-Gazzetta del Lunedì, il Giornale, La Stampa, La Nazione, emittenza locale) che viene a noi demandata: disoccupazione, stati di crisi, prepensionamenti, accordi sulla solidarietà, cassa integrazione eccetera. Eppure siamo (dico siamo perché l’istituto è patrimonio di tutti) riusciti nel tempo ad aprire a maggiori tutele per il lavoro autonomo (maternità e, di recente, gli infortuni). Poco? Tanto? Io dico che prima non c’era nulla, la Liguria con altre associazioni regionali di stampa, negli ultimi 15 anni è riuscita a invertire la rotta. Metter mano al portafogli non piace a nessuno, ma la “guerra di religione” contro l’ipotesi di riforma dell’Inpgi oggi in discussione, che prevede l’applicazione di un contributo di solidarietà a carico dei pensionati è davvero incomprensibile. Perché ritengo la solidarietà tra giornalisti (e non solo) come un principio non da sbandierare a seconda delle convenienze, ma un elemento fondamentale dell’identità di una categoria professionale, tanto più in grande difficoltà come oggi. La solidarietà, per essere tale, deve funzionare in tutte le direzioni: tra anziani e giovani e viceversa, tra attivi e pensionati, tra chi è dentro le redazioni e chi è fuori. È incomprensibile il no al contributo di solidarietà anche per chi consideri che chi oggi è in pensione ha potuto godere (legittimamente e senza nulla togliere a nessuno) di condizioni migliori di quelle di cui godrà (senza nessuna colpa) chi è ancora attivo e con i propri contributi sta pagando proprio le pensioni in essere (oltre al contributo mensile di 5 euro per la perequazione delle pensioni più basse). L’opposizione alla riforma (inderogabile) dell’Inpgi non si giustifica neppure considerando l’entità del contributo chiesto ai colleghi pensionati. Lo schema di riferimento parla da solo (sei dicasi sei euro al mese per i redditi sino a 30.000 euro per arrivare ai 695 di chi ha una pensione superiore ai 195.000 euro…), contiene le simulazioni del “peso” del contributo sulle pensioni e rivela le vere dimensioni di una scelta che appare ragionevole, contenuta nel tempo e nelle cifre. Smentendo rivoluzionari d’accatto, malpancisti, egoisti. La riforma Inpgi in fase di studio e discussione risponderà all’esigenza di mettere in sicurezza il nostro istituto di previdenza con la partecipazione ed il sacrificio di tutti, senza egoismi fuori dal tempo. Un paio di conclusive e brevi considerazioni. La prima. Il rinnovo di parte del contratto, dopo una battaglia iniziata nel 2001, ha finalmente vietato le collaborazioni ai prepensionati con le testate e/o, gruppi editoriali da cui sono usciti. Eppure si aggirano i divieti con i pensionati e talvolta con i prepensionati. Certo esiste la possibilità di cumulo pensione-lavoro (sino a circa 20.000 euro l’anno). Io sono per abolirla. Se si lavora con la pensione in essere, la pensione deve essere decurtata in ragione dell’ammontare del reddito prodotto con il lavoro. Quando si sarà solo “pensionati”, la pensione sarà ripristinata godendo (nel caso) della rivalutazione di quanto si versa sul lavoro aggiuntivo. Che i pensionati o prepensionati lavorino (non davvero saltuariamente, con contributi cosiddetti di alto valore aggiunto per competenze o professionalità) togliendo spazio e soldi ai precari e a chi vive di lavoro autonomo accade da noi in Liguria: Secolo XIX, la Repubblica, La Stampa, Il Fatto, emittenza locale, presentano ogni giorno situazioni (consolidate da mesi o anni, sul cartaceo e, o sull’on line) di pensionati-lavoratori. E c’è pure stato qualche giovane collega che aveva collaborazioni da lavoro autonomo con alcune testate che si è visto affiancato o sostituito da fuoriusciti dai giornali. Le pensioni in essere (il valore medio supera i 65.000 euro l’anno) non sono da fame. I Cdr delle testate interessate e dove i colleghi sono colpiti da questa situazione (giornalisti, fotogiornalisti eccetera, spesso utilizzati a tempo pieno, in qualche caso addirittura come inviati, comunque alla pari del colleghi redattori dipendenti) si “sbattono” in modo adeguato per sanare o eliminare questo scandalo? Il loro ruolo è primario ed è una loro competenza, non può essere demandata solo all’ultima spiaggia della causa. La seconda. Ogni giorno le nostre caselle postali sono invase da mail incendiare di diversi colleghi e correnti. A non conoscerli si direbbe che un popolo di rivoluzionari per anni in sonno si è svegliato una volta in pensione. Perorano la causa dei “diseredati” (Abruzzo, Senza Bavaglio, Franz e altri) e nello stesso tempo esaltano peana per i colleghi che fanno causa per l’ex fissa, per rimanere al lavoro sino a 70 anni, contro il contributo di solidarietà e via dicendo. Rivoluzionari, ma con il carrello da thè. Tanto per non usare la più efficace parafrasi del noto comico Enrique Balbontin. Sono d’accordo, anche se non è per costi e incidenza il problema da risolvere per difendere e mantenere l’Inpgi, che possano essere rivisti i compensi per gli amministratori e dirigenti (quantomeno quelli giornalisti) dell’ Inpgi, quantomeno come “segnale”. Ma attenzione: spesso chi parla, quei compensi (come il gettone di presenza ai CdA o riunioni dirigenziali Inpgi) li percepisce. La responsabilità di amministrare alcuni miliardi all’anno, di firmare bilanci, di essere sindaci che certificano ogni delibera, va pagata o no, soprattutto se i colleghi interessati sono in aspettativa? Oppure vogliamo pensare che sia questo il “problema”? Forse un problema vero lo è: per chi si candiderà alle prossime elezioni Inpgi. Perché come si sa, passata la festa, gabbato lo santo.
*prepensionato Secolo XIX, ex segretario Associazione Ligure Giornalisti-Fnsi.

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