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Edmondo Rho: “Tre miliardi di motivi per difendere le nostre pensioni”

Edmondo Rho

Edmondo Rho

E’ ricca di spunti e soprattutto di dati la relazione con cui Edmondo Rho, consigliere di amministrazione dell’Inpgi e giornalista di Panorama, ha illustrato nel corso del convegno “L’Italia cambia, cambia il giornalismo?”  lo stato del “patrimonio” di categoria, quello che, nonostante le polemiche, consente ai giornalisti di guardare al futuro. Ecco il testo della relazione: “Ci sono 3 miliardi e 323 milioni di motivi per difendere le pensioni dei giornalisti italiani. Tanti quanti sono gli euro del nostro ‘tesoro’ di categoria. Infatti, è pari a 3 miliardi e 323 milioni di euro il patrimonio (a valore di mercato) gestito a fine 2014 dalle casse pensionistiche dei giornalisti. Per l’esattezza: 2 miliardi 345 milioni nella gestione principale Inpgi; 480 milioni nella gestione separata Inpgi; 498 milioni nel Fondo pensione complementare dei giornalisti italiani. Un patrimonio che ci consentirà di continuare a pagare le pensioni attuali, ed anche le pensioni future: così, con un messaggio rassicurante, si potrebbe subito chiudere questa relazione salutando gli ‘eroici’ colleghi che, essendo riusciti a sopravvivere fino al quarto e ultimo panel del convegno odierno, riusciranno poi anche ad avere la forza per arrivare alla pensione! In realtà, i problemi ci sono eccome. Il principale è che le pensioni future saranno più basse, data la discesa in atto della media retributiva dei giornalisti italiani. Inoltre, bisognerà rivedere le attuali regole Inpgi per rimettere in equilibrio il rapporto tra contributi incassati e prestazioni erogate: una riforma necessaria perché da alcuni anni a questa parte la ristrutturazione delle aziende editoriali ha comportato un duplice effetto negativo, ovvero la diminuzione dei giornalisti occupati e la crescita contemporanea del numero dei pensionati. Non possiamo oggi anticipare quale sarà la riforma che l’Inpgi adotterà dopo aver consultato, come prevede la legge, le parti sociali: Fnsi e Fieg. Di sicuro, i giornalisti che fanno parte del cda Inpgi hanno intenzione di prevedere regole flessibili, con clausole di salvaguardia: non faremo dalla sera alla mattina alcuna ‘manovra Fornero’. Le pensioni vengono calcolate in base a un complesso meccanismo: non è il caso oggi entrare in tecnicismi, ma vediamo come incidono in questo meccanismo due elementi, ovvero la gestione del patrimonio e il mercato del lavoro. Il patrimonio dell’Inpgi ha finora concesso di non limitare le prestazioni, malgrado la crisi del sistema editoriale, grazie ai rendimenti. Nell’ultimo quinquennio, dal 2010 al 2014, il portafoglio mobiliare (esclusi, quindi, gli immobili gestiti direttamente) della gestione principale, che chiameremo d’ora in poi ‘Inpgi 1’, ha avuto un rendimento cumulato del 32,21%, ovvero un rendimento annualizzato del 5,74%. Nello stesso periodo, il patrimonio mobiliare della gestione separata, che chiameremo d’ora in poi ‘Inpgi 2’, ha avuto un rendimento cumulato del 18,58%, ovvero un rendimento annualizzato del 3,47%. Il rendimento più basso si spiega con un portafoglio più prudente: per esempio nei comparti ‘monetario’ e ‘governativo euro’ l’Inpgi 2 investe il 42,8% del patrimonio, contro il 6,2% dell’Inpgi 1. Il punto è che la gestione separata deve agire secondo le norme decise dal legislatore che si è preoccupato più della sostenibilità finanziaria che dell’equità sociale. In sintesi, l’Inpgi 2 è in equilibrio ma darà ai suoi iscritti prestazioni mediamente minori, anche e soprattutto a causa dei contributi più bassi versati. Facciamo un confronto. Sempre dal 2010 al 2014 i vari comparti del Fondo pensione complementare dei giornalisti italiani hanno dato questi risultati: il ‘Prudente’ (dove è collocato oltre il 60% del patrimonio del Fondo) ha avuto un rendimento cumulato del 14,31%, cioè un rendimento annualizzato del 2,71%. Il comparto ‘Garantito’ ha avuto un rendimento cumulato del 17,60%, che significa un rendimento annualizzato del 3,30%. Il comparto ‘Mix’ ha avuto un rendimento cumulato del 18,24%, ovvero un rendimento annualizzato del 3,41%. Paradossalmente, i risultati migliori sono venuti dal comparto ‘Crescita’ che però è stato chiuso quest’anno dato che i costi fissi erano troppo alti rispetto agli iscritti che erano pochissimi, circa 60 colleghi, con neanche 2,4 milioni di euro gestiti, meno dello 0,5% del patrimonio gestito del Fondo: il ‘Crescita’ ha avuto un rendimento cumulato del 24,57% in cinque anni, pari a un rendimento annualizzato del 4,49%. Comunque tutti i comparti del Fondo hanno reso meglio del Tfr lasciato in azienda che in cinque anni ha avuto un rendimento cumulato del 12,63%, che significa un rendimento annualizzato del 2,41%. E va precisato che tutti sono rendimenti netti. Un’altra annotazione riguarda il patrimonio dell’Inpgi 1 che è troppo ‘immobile’: infatti, a valori di mercato, a fine 2014 la componente immobiliare era pari al 62,9% del totale e se aggiungiamo un 5,1% di mutui e prestiti si arriva al 68% , cioè più di due terzi del patrimonio ancorato al mattone. Su questo fronte è in arrivo una nuova normativa ministeriale che limiterà il peso della componente immobiliare per gli enti pensionistici privatizzati. Nei prossimi anni quindi l’Inpgi 1 dovrà vendere, senza svendere, parte dei suoi immobili che nel frattempo stanno confluendo nel Fondo immobiliare Giovanni Amendola: l’obiettivo è rendere più liquidabile e più redditizio il portafoglio del nostro ente pensionistico. Da questa breve analisi dei rendimenti e del patrimonio emerge con chiarezza che l’Inpgi non è ‘un’azienda in dissesto’ come sostengono alcuni detrattori: in realtà sono in dissesto i fondamentali dell’informazione in Italia, della professione giornalistica, del nostro mercato del lavoro. Il dato che più colpisce è che ci sono stati oltre 1.000 posti di lavoro persi anche nel 2014. E l’emorragia continua da anni. Infatti l’Inpgi 1 segna ben 2.968 rapporti di lavoro persi tra il 2009 e il 2014: una perdita 6,4 volte superiore a quella registrata nello stesso periodo nell’intero mondo del lavoro dipendente in Italia. Il numero dei giornalisti contrattualizzati è così sceso, in pochi anni, da circa 19.000 a meno di 16.000. E se analizziamo in maniera corretta l’andamento del mercato del lavoro, vediamo che nell’ultimo anno più del 25% dei giornalisti contrattualizzati ha usufruito della solidarietà o della cigs, e considerando anche l’indennità di disoccupazione si arriva a più di 6.600 colleghi assistiti dall’Inpgi 1. Nel dettaglio gli ammortizzatori sociali nel 2014 sono stati dati a 2.013 persone che hanno percepito la disoccupazione, a 762 giornalisti in cassa integrazione guadagni straordinaria e a 2.858 che hanno avuto trattamenti di solidarietà. In questo quadro, infine, va fatto ancora un riferimento alla gestione separata. Ci sono circa 40.000 iscritti all’Inpgi 2 di cui 16.000 che hanno posizioni (magari in periodi diversi) anche alla gestione principale. Ma quanti di questi 40.000 giornalisti che risultano lavoratori autonomi sono in realtà dipendenti di fatto, magari formalmente inquadrati come co.co.co. e che non vedono riconosciuti i loro diritti? Certo, questo è un tema più sindacale (non a caso, citato oggi nel suo intervento da Raffaele Lorusso, il segretario della Fnsi) che da relazione sulle pensioni dei giornalisti: ma è un problema da risolvere, anche a livello legislativo, quindi sarebbe importante affrontarlo proprio qui, alla Camera dei deputati. Perché non c’è previdenza senza lavoro”.

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