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Inpgi, il presidente Camporese: “Invidie e regolamenti di conti non servono all’Istituto”

Il presidente dell'Inpgi Andrea Camporese

Il presidente dell’Inpgi Andrea Camporese

Qualcuno è arrivato ad auspicare che venga inglobato nel super-Inps, qualcuno teme che questo possa realmente accadere, qualcuno sul web e i social network lo attacca ignorando o fingendo di ignorare quali sono i suoi reali vincoli, doveri e poteri: per un motivo o per un altro in queste ultime settimane si fa un gran parlare intorno all’Istituto di previdenza dei giornalisti. Ma se c’è qualcuno che davvero conosce bene l’Inpgi questo qualcuno è il suo presidente, Andrea Camporese, che alle tante chiacchiere che circolano ha deciso di rispondere dal suo blog con un intervento articolato e schietto. Vale la pena leggerlo per farsi un’idea di come le cose stiano realmente. Lo riportiamo per intero qui di seguito: mettetevi comodi e prendetevi qualche minuto per riflettere.

“L’Inpgi è un Istituto di previdenza di diritto privato, con finalità pubblica, che sostituisce in toto le funzioni di Inps e Inail in base ai dettati di legge che si sono susseguiti nel tempo. Questa banale osservazione della realtà appare tanto scontata quanto, per alcuni, incredibilmente indifferente. Discutere di qualsiasi materia afferente alla previdenza di categoria senza tenere conto del complesso quadro di vincoli di legge, di obblighi regolamentari e statutari, e dei forti poteri di vigilanza esistenti in capo al Ministero dell’Economia e delle Finanze e del Ministero del lavoro, significa distorcere fino al ridicolo, o ad interessi di parte, un potenziale dibattito che invece appare necessario. Tutti gli atti fondamentali dell’Inpgi devo essere validati, in termini di legittimità, dal collegio dei sindaci, che contiene i Ministeri Vigilanti, e, in termini di legittimità e di contenuto, dai dicasteri dell’Economia e del Lavoro. L’autonomia affidata dalla legge di privatizzazione, a noi e ad altri 18 Enti, si muove in questo contesto, si realizza solo dimostrando nel tempo la sostenibilità del sistema, rispettando una serie di principi generali stabiliti dal legislatore per la collettività, evitando “gravi dissesti economici”, come recita la norma, che possono portare alla nomina di un commissario che avrebbe il compito di rimettere in equilibrio i conti, non di traghettare l’Istituto all’Inps. Il patto che il legislatore ha voluto all’atto della privatizzazione, imponendo di dimostrare l’andamento dei conti nei decenni, prevede la possibilità di intervenire, autonomamente o forzatamente, in tempi e modi opportuni. Questi dati di realtà e sostanza portano ad una serie di conseguenze, che qui consegno ai quei tanti colleghi che vogliono capire lo stato dell’arte.

1 – L’Inpgi non vive uno stato di dissesto finanziario, la riserva non è stata intaccata (circa 2,3 miliardi di euro per la gestione principale) nonostante sette anni di crisi profondissima del mercato editoriale che ha portato alla perdita di migliaia di posti di lavoro, alla crescita esponenziale di pensionati e prepensionati, alla inevitabile crescita del costo per ammortizzatori sociali. Quindi il tema di un eventuale passaggio all’Inps è fantascienza.

2 – L’Istituto vede una crescita, pesante e preoccupante, del passivo determinato dal rapporto tra contributi versati e prestazioni pagate che dura da cinque anni e sfocia in un 2014 con oltre 80 milioni di disavanzo. Il fatto, molto positivo, che questo passivo sia stato azzerato ogni anno dall’ottimo rendimento del patrimonio accantonato, risulta del tutto indifferente rispetto all’obbligo di legge, e morale, di riportare i conti in equilibrio. Si tratta di un obbligo, non di una facoltà, per chiunque sieda al mio posto e nel Cda dell’Ente.

3 – L’Inpgi mantiene un ventaglio di trattamenti molto più vantaggiosi del sistema pubblico, conquistati nel tempo e autofinanziati senza nulla chiedere allo Stato. Qualche esempio? L’indennità di disoccupazione disciplinata dall’Istituto oltre a coprire un periodo più lungo (24 mesi rispetto ai 18 della Naspi) è superiore nell’importo complessivo erogato, con un differenziale di più del 70%. Tra l’altro all’Inps è previsto che le aziende versino per la disoccupazione un ulteriore contributo – oltre a quello ordinario – pari all’1,4% nel caso di contratti a termine. E ancora, l’Inpgi non ha mai percepito il contributo normativamente previsto a carico dei datori di lavoro e dei lavoratori per la cassa integrazione straordinaria. Ciò non ha impedito tuttavia al nostro ente di far fronte a questi anni di crisi con un impegno economico che solo nel 2014 è stato pari a più di 30 milioni di euro. E sempre sul fronte entrate contributive, non dimentichiamo che ancora oggi continua a sussistere – sia pur minima – una differenza di aliquote per quanto riguarda l’Ivs, e cioè quella quota di contribuzione che costituisce la pensione futura degli iscritti. Anche in questo caso – nonostante le aliquote inferiori – i trattamenti previdenziale dell’ente si distinguono fortemente da quelli erogati dall’ordinamento generale: il sistema di calcolo vigente all’Istituto è quello retributivo, con aliquota di rendimento del 2,66% a scalare sulla media retributiva della categoria (anno 2014 pari a euro 61.180,00). Mentre all’Inps – prima dell’entrata in vigore per tutti del sistema di calcolo contributivo – l’aliquota di rendimento era del 2% a scalare sulla media retributiva di tutti i lavoratori dipendenti (anno 2014 pari a euro 46.031,00). Tra l’altro, nel sistema generale, non è più possibile – a differenza dell’Inpgi – andare in pensione di anzianità ma solo di vecchiaia o di vecchiaia anticipata, con una progressione nell’età anagrafica legata agli adeguamenti secondo la speranza di vita, da noi non presenti. Probabilmente ad oggi una differenza ancora più marcata tra l’Inpgi e l’Inps si può registrare sul fronte delle pensione ai superstiti: la pensione è più favorevole rispetto a quella Inps in particolare per quanto riguarda le aliquote percentuali spettanti ai superstiti, abbattimenti percentuali per redditi coniuge unico superstite e per il sistema di calcolo. Senza dimenticare poi tutta una serie di tutele – non previste all’Inps, che l’Istituto ha sempre assicurato ai propri iscritti in alcuni momenti particolari della loro vita, come ad esempio il riconoscimento di una indennità anche nel caso di infortunio extra professionale; l’assegno di superinvalidità nel caso in cui sia stata riconosciuta la necessità di assistenza personale e permanente; partecipazione al pagamento della retta di soggiorno in casa di riposo per i giornalisti pensionati.

4 – Domanda legittima. Si poteva attenuare o ridurre la passività a cui siamo arrivati? La risposta è per me, sinceramente e umilmente, chiara: no. L’Inpgi ha subito elementi esogeni che non solo non può governare (mercati, redditi, crisi aziendali, tassazione crescente, legge sui prepensionamenti eccetera), ma che per certi versi è tenuta solo ad applicare senza possibilità di interlocuzione (ammortizzatori sociali, in particolare solidarietà e cassa integrazione afferenti a leggi generali dello Stato).

5 – Che cosa ha fatto l’Inpgi nella sua sfera di competenza? Per evitare di far divenire questa nota di riflessione un trattato da centinaia di pagine, riassumo molto sinteticamente. Abbiamo messo in campo sgravi per le assunzioni che hanno portato a 550 contratti di lavoro in tre anni, largamente insufficienti a compensare perdite per 3000 circa. Abbiamo chiesto ed ottenuto dal sistema dei datori di lavoro l’aumento dell’aliquota a loro carico di 3 punti percentuali che valgono 35 milioni di euro annui a regime. Abbiamo elevato gradualmente l’età pensionabile delle donne. Abbiamo ottenuto un contributo, seppur limitato a 2 milioni di euro annui, al costo degli ammortizzatori sociali da parte della Presidenza del Consiglio. Abbiamo ottenuto, insieme alla Fnsi e alla condivisione della Fieg, un contributo aggiuntivo straordinario dell’1 per cento sul costo degli ammortizzatori sociali. Sul sito dell’Ente sono sempre state pubblicate comunicazioni puntuali e trasparenti, oltre alle mie relazioni al bilancio che, da sette anni diffondono analisi preoccupanti, appelli al lavoro comune, numeri puntuali. Non solo, a partire dal 1995, gli interventi sul sistema sono stati costanti, preventivi, tali da evitare tagli indiscriminati. Chi scopre solo oggi le difficoltà del sistema, che ha attraversato nei decenni tutte le forma di previdenza private e pubbliche, era impegnato in altro. Di fronte alla ulteriore perdita di posti di lavoro, all’allargamento delle aziende in stato di crisi, al fallimento di molte piccole aziende editoriali che cosa realisticamente e responsabilmente possiamo fare? Cattiverie, veleni, campagne elettorali, invidie e regolamenti di conti non servono a nulla, sono autolesionistici, non incidono in nulla nell’onore e nel gravame di responsabilità che la categoria ha affidato al gruppo dirigente tramite libere elezioni. L’Inpgi non è un gioco da social network, non è nemmeno un Ente impermeabile al dibattito e alle critiche, in ogni caso deve rispettare procedure, leggi e responsabilità. L’Inpgi è una grande realtà sociale del Paese, un secolo non è trascorso invano. I conti andranno rimessi in sesto, con la partecipazione delle Parti Sociali come prevede la norma e il buon senso, mantenendo equità, anche tra generazioni, migliori trattamenti rispetto al pubblico, specificità preziose, elementi di salvaguardia. Il mondo non finisce, non avere una visione del nuovo mondo sarebbe gravemente colpevole”.

Qui il testo originale dell’intervento di Andrea Camporese.

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Questa voce è stata pubblicata il 25 aprile 2015 da in Adepp, Assostampa Regionali, Editori, Editoria, Fnsi, Giornalisti, Inpgi, sindacato, Welfare con tag , , , , , .

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